«La mattina che si uccise anche l’ultima figlia dei Lisbon (stavolta toccava a Mary: sonniferi, come Therese) i due infermieri del pronto soccorso entrarono in casa sapendo con esattezza dove si trovavano il cassetto dei coltelli, il forno a gas e la trave del seminterrato a cui si poteva annodare una orda. Scesero dall’ambulanza, con quella che come di solito ci sembrò una lentezza esasperante, e il più grasso disse sottovoce. “Mica siamo in tivù, gente: più presto di così non si può”. Stava spingendo a fatica le apparecchiature per la rianimazione accanto ai cespugli cresciuti a dismisura, sul prato incolto che tredici mesi prima, all’inizio di quella brutta storia, era perfettamente curato».

Salutato alla sua uscita nel 1993 come romanzo sorpresa dell’anno, “Le vergini suicide” segna l’esordio folgorante di uno scrittore poco più che trentenne, ma già padrone di uno stile e di un universo letterario affatto personali.

Jeffrey Eugenides, dopo il clamoroso successo di questo meraviglioso romanzo (da cui la figlia di Francis Ford Coppola, Sofi,a ha tratto un fortunato film “Il giardino delle vergini suicide” con una strepitosa colonna sonora curata dagli Air) ha pubblicato un altro capolavoro “Middlesex” vincitore del premio Pulitzer nel 2003.

Riportiamo le parole di Thomson apparse su L’Indice nel 1995 che in modo esemplare parlano di questo romanzo.

«Il suicidio, afferma Kant, è l’unica azione completa, l’atto ‘stricto sensu’ svuotato di ogni possibile contenuto patologico. Le sue conseguenze invece, come il seducente primo romanzo di Jeffrey Eugenides “Le vergini suicide” dimostra brillantemente, non sono che contenuti patologici. Dopo l’ultimo dei suicidi delle misteriose ragazze Lisbon a cui fa accenno la prima pagina, si ode un coro di uomini in lutto, senza nome, setacciare l’affollata soffitta della memoria. Una infinita lista di “reperti” svela la natura del solaio rievocativo: è un sito troppo imperfetto per reggere gli ideali fragili ed esigenti delle sorelle Lisbon che, durante le loro brevi vite, sembrano fluttuare come fantasmi mitici di donne greche impiccate. L’astuzia di Eugenides sta nel collocare i suicidi all’inizio del romanzo trasformando così ogni particolare della vita delle sorelle, anche quelli più banali, in un sinistro presagio della tragedia a venire. In questo modo il suicidio non è l’effetto ma, retroattivamente, la causa di tutto. “Le vergini suicide” è un testo saturo di meticolosità in cui i narratori elencano in modo maniacale tutti gli oggetti che li legano alle sorelle: il loro lutto diviene una forma di raccolta e consumo di prodotti seriali che, immersi nel nero di seppia del loro dolore solitario, assumono un’aura di sacralità e importanza. Paradossalmente è proprio attraverso questo tentativo di spiegare e integrare simbolicamente i suicidi che emerge la chiarezza kantiana dell’atto. Col susseguirsi di goffe teorie e generalizzazioni volte a spiegare “qual è il problema dell’America” le sorelle spente si fanno sempre più distanti, eteree, cristalline, come una stella morta che continua a brillare in un’area che è mera differenza, pura virtualità. Il finale è una coda mozzafiato di reminiscenze nabokoviane in cui i narratori chiamano ossessivamente le sorelle “perché escano dalle stanze in cui sono entrate per trovare la solitudine eterna».

Jeffrey Eugenides “Le vergini suicide” Mondadori 1994

Post – it “Letti per voi” di Marianna

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