Quello che ho tra le mani non è un libro qualsiasi.
Quello che ho tra le mani è il grido di Dambudzo Marechera considerato il “Joyce africano” e il “doppelgänger che la letteratura africana non ha mai incontrato”.

“La casa della fame” – da pochi giorni pubblicato per i tipi di Racconti edizioni e tradotto da Eva Allione – è un classico svanito nel tempo. L’autore, figlio di un becchino e di una bambinaia, conoscerà le galere britanniche e la vita da squatter prima delle luci della ribalta. Tornato in patria con una diagnosi di schizofrenia sulle spalle, finirà i suoi giorni a trentacinque anni, malato di Aids e alcolizzato, senza casa né un soldo a suo nome.

Sentite a me (voluto intercalare barese), concedevi qualche ora con un piccolo gioiello editoriale, scegliete di leggere questo fine settimana, trovatelo il tempo.
E magari scegliete di leggere “La casa della fame”.
Vi farà bene.

«No, non è che odio essere nero. Sono solo stanco di dire che è bello. No, non è che odio me stesso. Sono solo stanco della gente che si ammacca le nocche sulla mia faccia».

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