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Cosa ci faccio seduto qui per terra

By 16/11/2016No Comments

«Cosa ci faccio seduto qui per terra sull’orlo di questo buco e come ci sono finito posso spiegarlo, è facile, posso anche raccontare tutto dall’inizio, ed è quello che farò. Ma perché sia andata così, perché un simile disastro, questa è un’altra storia, e bisogna rinunciare a capirci qualcosa. Non si è mai vista la luce uscire dalle crepe».

Non si sa quanti anni abbia il protagonista di questo romanzo. Né quale sia il suo nome. Si sa invece che è affetto da una “convalescenza che non finisce mai”, e che per passione coltiva un ravanello in un orto di dimensioni assai modeste, tra un marciapiede e un canaletto di scolo, innaffiandolo con lo sputo.

«Mi sono sempre preso cura di me, ho fatto quello che andava fatto e seguito tutte le prescrizioni. Eppure non si può certo dire che i progressi siano stati spettacolari. Per quanto mi sentissi ogni giorno un pochino meglio, giusto un pochino, non c’eravamo ancora. Ed è quello che mi ripetevo ogni mattina aprendo gli occhi: “Va meglio, ma non ci siamo ancora”. Ero forse troppo esigente? Può anche darsi che la salute ce l’avessi da tempo, e non me ne fossi neppure accorto o accontentato. “Stroncato da una lunga convalescenza”: ecco cos’avrebbero detto di me alla fine, pensavo. Non i avrebbero dato la Legion d’onore».

“Cosa ci faccio seduto qui per terra” di Joël Egloff (Instar 2004) racconta un universo che cade a pezzi, dà vita a una girandola di stralunati personaggi condannati a stare al mondo pur non avendovi mai messo radici, mette in scena un balletto di incontri distratti, e di tenerezza infinita, tra disperati che sognano un paio d’ali e disperati che le posseggono ma non sanno più servirsene.

 

egloff

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