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Italiano addio: per colpa del mercato la lingua letteraria è sempre più povera

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Ormai i libri che si pubblicano sono solo quelli considerati accessibilli. Così la scrittura viene semplificata dagli editor. Snellita dagli scrittori. Standardizzata. Al punto che oggi nessun editore pubblicherebbe. Ma neanche Perec, Gadda o Calvino

DI ELVIRA SEMINARA

«Scusate se inizio così, ma c’è una parola che muore mentre leggete questo pezzo. Ogni mattina, in qualche parte del mondo, c’è uno scrittore che insegue una parola, l’ha solo intravista ma ne possiede il suono la fiuta
la bracca e infine l’afferra. Mentre la scrive, come faceva la Dickinson, la guarda brillare.
Ma ogni mattina, nel mondo c’è un editor che la spazza via. È una parola poco ordinaria – ti spiega – inconsueta (stavo per dire desueta, ma anche questa è da evitare), astrusa (forse anche astratta, se non astrale) insomma poco riconoscibile, poco reale, non familiare, addirittura poetica. A questo punto, a fugare qualche risibile resistenza, se non sei Borges o Saramago e nemmeno una prolifica-provvida penna di milioni di copie, l’editor sgomento accusa: è una scrittura letteraria! Sottotesto: non si venderà. Postilla: occorre tradurla in una lingua basica. E non si tratta di un manuale di istruzioni per lavatrice. Credevate forse che in letteratura sia praticabile una lingua letteraria? Siete fermi a Croce, voi autori in cerca di farfalle?

Ogni giorno c’è un autore o un’autrice che fa le esequie a una parola “diversa” – che dopo quest’ultima espulsione sarà ancor più irrecuperabile ed estranea al lessico comune – perché non omologata, eccentrica, scardinata, fuori dai registri, troppo nuova o troppo antica, perché inventata o abbinata a un termine in modo bizzarro, persino inquietante – sì, anche. Il lettore non va turbato, ma confortato (tranne in caso di thriller, massimo genere di conforto per l’editoria). Ogni infrazione alla lingua minima è consentita (anzi incoraggiata) dall’industria editoriale se fa ridere, sorridere, distrarre, digerire – cose a tutti gradite peraltro, purché ci sia varietà di scelta.

Ogni giorno c’è un autore o un’autrice che fa le esequie a una parola “diversa” – che dopo quest’ultima espulsione sarà ancor più irrecuperabile ed estranea al lessico comune – perché non omologata, eccentrica, scardinata, fuori dai registri, troppo nuova o troppo antica, perché inventata o abbinata a un termine in modo bizzarro, persino inquietante – sì, anche. Il lettore non va turbato, ma confortato (tranne in caso di thriller, massimo genere di conforto per l’editoria). Ogni infrazione alla lingua minima è consentita (anzi incoraggiata) dall’industria editoriale se fa ridere, sorridere, distrarre, digerire – cose a tutti gradite peraltro, purché ci sia varietà di scelta.

Ed è nella stessa urlante discarica che languono i congiuntivi (forse colpevoli di esprimere ipotesi e dubbi, cioè roba molesta e destabilizzante), sotto nugoli di figure retoriche, visto che metafore e similitudini allentano l’azione e possono dilatarla oltre la pagina e i muri di casa: volete forse sfiancare quel povero lettore sopravvissuto allo sterminio di parole e all’invasione di titoli – quest’anno persino il 3,7 per cento più dell’anno scorso, a (confortante) dispetto della crisi del libro? Volete voi, cacciatori di farfalle, che quel temerario misterioso lettore (perduto tra il 40 per cento degli italiani che leggono, ultimi dati Istat) che ha preso in mano l’unico testo che leggerà quest’anno, si imbatta in una parola o un’immagine non familiare, o in un indugio narrativo, una digressione che gli facciano chiudere il libro? Siete Proust, che impiega 30 pagine a rigirarsi nel letto prima di entrare nel vivo?

Ecco il punto. Nessun editore oggi pubblicherebbe un Proust, se non a prezzo di un sanguinoso editing, ma neanche, temo, Perec Cortázar Gadda o Manganelli, né lo stesso Calvino, il più acuto preconizzatore, essendo anche editore, di questa epocalisse – giacché tutti in odore di cerebralità e difficoltà di accesso. Cioè troppo letterari. E coscienti – peggio, orgogliosi – di esserlo.

La glaciazione della lingua è qui, oggi. Ma quale lingua produciamo noi scrittori, più o meno consapevoli, ribelli, complici o asserviti? Siamo davvero senza colpa? Quanto siamo condizionati, già al momento della scrittura, dal terrore di essere letterari, distanti, impegnativi? Quante volte leggiamo libri instupiditi, di autrici e autori molto più intelligenti e arguti dei loro libri? Quanto crediamo in una lingua personale e non addomesticata, che contravvenga e sorprenda, anziché rassicurare, che incontri il lettore non nei suoi luoghi comuni ma in quelli inesplorati, dove di rado ti porta la vita o la tv? Una lingua immaginifica, non plastificabile, portatrice di biodiversità, riserva genetica del pensiero, bosco lussureggiante, per dirla con Umberto Eco?
«Non si era mai visto, a casa mia, un autunno così smodato».

Era l’inizio del mio primo romanzo, “L’indecenza”, pubblicato con Mondadori nel 2008, una frase che generò un furioso dibattito. L’editor mi chiese di sostituire l’aggettivo “smodato”, effettivamente mai associato a una stagione, con “particolare”. L’incipit sarebbe stato dunque «Non si era mai visto a casa mia un autunno così particolare», francamente grossolano e per me inaccettabile. “Smodato” rendeva esattamente la mia idea di un autunno irregolare, imprevisto, perturbato, e direi sgraziato nelle sue esternazioni. Concetti peraltro manifesti nelle due pagine successive. Non avevo proprio intenzione di correggerlo.
Io allora lavoravo ancora in redazione (ho scritto di cronaca per vent’anni nel quotidiano La Sicilia, ottimo laboratorio espressivo) e sapevo cosa si intendeva per linguaggio diretto e denotativo, specialmente quando il morto ammazzato cadeva a mezzanotte, c’erano due morti a settimana, e la tipografia chiudeva all’una. Pochissimo tempo per andare a vederlo (solitamente in periferia), informarsi, tornare e scrivere il pezzo. Guai a perdere tempo e spazio per un aggettivo superfluo, o un vezzo verbale. Dovevi essere esatta, e insieme rapida. Linguaggio tecnico, anche, ma comprensibile a tutti.

Per questo sapevo bene cosa facevo in quel romanzo, trasferendo aggettivi e parole da un ambito all’altro – delocalizzandoli diremmo oggi – per reinverginarli e dargli un nuovo territorio, altro senso. Non era una lingua di informazione, ma una lingua di deformazione, visionaria, per raccontare una relazione ossificata. Una lingua ridondante e scorticata, come i capitelli barocchi e neri di Catania divorati dalla salsedine e dal tempo.
Mi fu assegnato un altro editor. Il dibattito fu ricco e bello, e senza amputazioni. Senza saperlo, avevo fatto come prescrive Deleuze: accostarsi alla lingua madre da straniero, come se tutto il mondo fosse nuovo. O come un matto.

Cito sempre quell’autunno smodato, nei corsi di scrittura, a ribadire la soglia tra i linguaggi. Ma gli allievi mi guardano straniti e diffidenti, come avessi in mano una farfalla agonizzante: dov’è quella soglia? Che differenza resiste tra la lingua dei social e quella dei romanzi? Nessuna. Anzi in tutto il mondo gli youtuber più seguiti sono inseguiti dagli editori. Proprio perché si esprimono in una lingua comoda e senza pretese come una felpa nera, universale e neutra. E spesso involuta e automatica come le loro storie. D’altro canto, come diceva il sovversivo Wittgenstein, i confini della nostra lingua creano quelli del nostro mondo personale, e se le parole sono poche e grezze lo saranno anche i nostri contenuti. Possiamo esprimere solo i sentimenti che sappiamo nominare.
Ridurre o inquinare il parco linguistico di un paese, sottraendogli l’irrorazione della lingua letteraria, cioè la lingua dell’immaginazione, è anche per questo un sopruso, oltre che una deplorevole e offensiva sottovalutazione dei gusti del pubblico e dei suoi diritti di “sconfinamento”.

Ma siamo coscienti – autori lettori editori librai bibliotecari studiosi – di questo scempio inflitto in nome del mercato alla lingua romanzesca, ormai ridotta a lingua basica, una lingua omologata e standard, poverissima sul piano lessicale ed elementare nella struttura, una lingua paratattica e sostanzialmente modellata su quella televisiva di basso intrattenimento? Una lingua di scambio, insomma, funzionale e mimetica, assimilata a una struttura che punta sul ritmo per legarti al divano, sulla riconoscibilità di situazioni per fidelizzare, su fraseggi per farne tormentoni, su personaggi- tipo per serializzare. Per farne storie simili e riproducibili, farcite di stereotipi e luoghi comuni/accomunanti, da identificare facilmente sul banco.

Quanti romanzi italiani degli ultimi anni, e quanti fra quelli premiati da pubblico o riconoscimenti – presentano una lingua altra, e un costrutto diverso, autoriale?

Perché non parlano, si fanno avanti, i critici e gli storici della letteratura? La gran parte dichiara di non leggere i romanzi contemporanei, per mancanza di tempo e di interesse – come del resto i loro allievi nelle facoltà di Lettere del Paese. E non hanno più spazio nelle pagine culturali nei giornali, peraltro vistosamente ridotte. Forse perché coi critici e studiosi si rischia una vera critica, e dunque di non far vendere il libro? Forse perché spesso essendo amici o colleghi degli autori risultano troppo clementi, dunque inattendibili per i lettori? Scrivono in modo ostico e criptico? Lo spazio di commento e analisi si raddensa nei terreni più friabili dei blog, più democratici, dove chiunque può dare giudizi senza bisogno di aver letto Tolstoj e Musil, e coinvolgere i lettori in un clima disteso e divertente, fluido.

C’è più qualcuno che ha in cuore una stella danzante? Che parli ancora, da quella valle degli scarti, di canoni e correnti, di ascendenze e rimandi, di filoni e dialogo fra autori lontani? Qualcuno che indaghi in modo non solitario sulle forme dell’io narrante? Non ce ne siamo accorti, eravamo distratti, ma di letteratura non parliamo più. Parliamo di libri, dappertutto, fra saloni e fiere, saghe e premi – è tutto un festival. Ma non parliamo di letteratura, di lingua. Ci imbarazza. Non è divertente, non raccoglie masse. Temiamo di essere bolsi, malmostosi, fuori dal mercato.

In realtà, abbandonati su quella discarica di parole, stralunati e soli come le marionette in quel film di Pasolini, forse ci siamo anche noi autori. Cosa sono le nuvole – era il film.

Nuvole o farfalle, è così. La soppressione di noi scrittori, narcisi, ciarlieri e presuntuosi nonché spesso improduttivi sul mercato, è già in atto. Basterà sostituirci con lo Script Generator, un dispositivo automatico per produrre testi, come ha previsto quindici anni fa nel suo bel fantasy Philippe Vasset, scrittore poco noto che a me ricorda Arthur Clarke. Se il campo delle storie è sempre quello, riproducibile con infinite variazioni, vuol dire che il racconto è ormai diventato materia prima. E che dunque la sua raffinazione può essere meccanizzata, miscelando e assemblando le strutture essenziali delle trame prodotte in Duemila anni (e immesse nella banca dati del congegno) per generare testi, capaci anche di autoriprodursi in forma di film, serie, romanzi, cartoni, videogiochi e programmi tv, tutti intercambiabili.

«È assurdo destinare soldi e tempo alla creazione, quando questo segmento produttivo può essere vantaggiosamente rimpiazzato da un riciclaggio intelligente e sistematico. Il fattore umano è sopravvalutato e anacronistico. Il prodotto base utilizzato dal dispositivo non è naturalmente il linguaggio», cito Vasset, «ma la storia». Appunto.

Gli autori, prosegue, saranno impersonati da attori fotogenici capaci di identificarsi col loro personaggio, e di portarlo in scena o sul set, con salutari guadagni e giubilo dei lettori.

Ma non mi piace chiudere in modo sinistro. Mentre leggevate questo pezzo, un paio di termini dismessi sono tornati in vita. E ci sono 9 miliardi, scriveva Clarke in un prodigioso racconto, di nomi di Dio. Eppure non l’abbiamo mai visto».

[articolo apparso su L’Espresso del 13 febbraio 20818]

Book Pride – La fiera dell’editoria indipendente di Milano

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«Tutti i viventi siamo noi – qualsiasi cosa intendiamo per noi – e tutti i viventi sono gli altri. Tutti i viventi è ciò che c’è, è il soggetto che parla ed è quello di cui parla. Tutti i viventi è chi ha un nome ed è chi non ce l’ha (chi vorrebbe averlo e chi è indifferente ad averlo). Tutti i viventi è chi sta nella crisi e prova a dirla, ed è chi alla crisi cede e tace. Tutti i viventi nascono, si nutrono, crescono, e dunque tutti i viventi è un gatto ed è una quercia, un batterio, un fungo e un granchio, così come è uno scrittore, un lettore, un editore, un traduttore, un libraio. Tutti i viventi è anche un libro, anzi in un certo senso il libro è quello che ci siamo inventati per dare una casa – reale e immaginativa – a tutti i viventi. Immersi nella molteplicità e nel mutamento, tutti i viventi si confrontano – ci confrontiamo – con l’incertezza, con la vulnerabilità, con una condizione di ambiguità che non è anomalia ma struttura».

A Milano presso lo Spazio base dal 23 al 25 marzo si terrà la quarta edizione della fiera nazionale indipendente Book Pride.

Per tutte le info: http://www.bookpride.net/

 

Urban listening – Florence audio marathon

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Workshop. Due giorni di ascolto dello spazio urbano fiorentino.

I suoni urbani nascono dalla somma delle relazioni sociali di una città, della sua storia, della sua architettura, della natura che la abita.
È possibile capire meglio le dinamiche di uno spazio urbano, le sue contraddizioni, i successi e le sue mancanze a partire dal suo ascolto? I paesaggi sonori cosa mettono in evidenza delle comunità e delle pratiche sociali che si sviluppano in un determinato spazio urbano?

URBAN LISTENING Florence audio marathon vuole essere un’immersione nello spazio sonoro urbano con l’obiettivo di problematizzarlo attraverso l’ascolto. Non si intende dare risposte ma fornire strumenti per la conoscenza e la messa in discussione degli spazi sociali cittadini.

Insieme a Francesco Giannico ed Elisabetta Senesi durante URBAN LISTENING proveremo ad ascoltare Firenze: con gli strumenti dell’ecologia acustica volgeremo la nostra attenzione a una piccola parte della città, la zona circostante Santa Maria Novella, crocevia ricco di contraddizioni e specchio delle diverse anime della città.
Cosa ci può dire della città l’ascolto del suo paesaggio sonoro? Attraverso l’ascolto di uno spazio urbano, è possibile comprenderne il suo ruolo nelle dinamiche della vita sociale della città ed immaginare possibili interventi sonori nello spazio?

COSA workshop di due giorni dedicato alle pratiche di ascolto dello spazio urbano.
DOVE Museo Novecento, Firenze. Piazza Santa Maria Novella 10.
QUANDO Venerdì 15 dicembre dalle 14 alle 17 || Sabato 16 dicembre dalle 10 alle 17.

URBAN LISTENING Florence audio marathon è aperto a tutti ed è GRATUITO
per informazioni e iscrizioni:
info@radiopapesse.org – 333 3934770

URBAN LISTENING Florence audio marathon sarà in Inglese e in Italiano

Il workshop è realizzato in collaborazione con Museo Novecento e MUS.E e grazie al contributo triennale 2015-2017 del Comune di Firenze.

 

Più Libri Più Liberi 2017

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Quest’anno la fiera più famosa di piccola e media editoria “Più Libri Più Liberi” cambia location restando sempre all’Eur: dagli spazi del Palazzo dei Congressi si approda a quelli della Nuvola (opera architettonica meravigliosa progettata dallo Studio Fuksas).

Dal 6 al 10 di dicembre innumerevoli realtà editoriali proporranno libri, anteprime, incontri, laboratori, workshop e ancora molto altro ai numerosi lettori in giro per gli stand.

La casa editrice pugliese TerraRossa edizioni è pronta ad accogliervi allo stand C03 in compagnia di case editrici amiche: Ifix, Canicola e la spagnola NubeOcho.

Inoltre, in anteprima assoluta, durante i giorni di fiera sarà possibile acquistare “Restiamo così quando ve ne andate”, l’ultimo romanzo di Cristò e seconda uscita della collana Sperimentali di TR.

Il romanzo sarà disponibile in libreria a gennaio 2018.

Se in quei giorni siete di passaggio a Roma, noi vi aspettiamo allo stand C03 🙂

 

 

 

Workshop di Disegno Naturalistico a Conversano (Bari)

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Disegnare sviluppa la capacità di osservazione. Il disegno naturalistico, in particolare, permette di conoscere – attraverso un’attività pratica – la natura che ci circonda.

Il laboratorio permetterà ai partecipanti di imparare a “guardare” animali e piante con occhi diversi. Saranno spiegate le basi del disegno e del colore, ci si dedicherà insieme alla rappresentazione di foglie, fiori, frutti e di altri soggetti naturalistici e alla compilazione di un quaderno da campo per poter conoscere da vicino flora e fauna presenti nel nostro territorio.

Il corso avrà luogo presso la sede dell’associazione Polyxena, in via Petrarca 12, a Conversano, il 20, il 21 e il 22 ottobre 2017.
Gli orari:
venerdì 20, dalle 16:30 alle 19:30; sabato 21 dalle 16:30 alle 19:30; domenica 22 dalle 16:30 alle 19:30.
Il costo per tutto il weekend è di 50€, e comprende iscrizione al corso, materiale didattico e tessera associativa. E’ possibile partecipare anche ad un solo appuntamento al costo di 15€.

Alessia Colaianni: Giornalista pubblicista, è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali. Divulga la scienza in tutte le forme possibili, con una particolare predilezione per l’illustrazione scientifica, collaborando con blog di settore e progetti tematici.

 

“La qualità della letteratura? Sommersa dalla quantità”: Andrea Caterini intervista Franco Cordelli

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L’intervista è apparsa su Il Giornale (online) del 27 settembre a firma di Andrea Caterini

 

«Il romanzo è morto». Quante volte abbiamo sentito questa affermazione. Molti gliel’hanno attribuita. Vuole spiegarci cosa intendeva?

«Ammesso che io l’abbia davvero fatta, che la formulazione sia stata una formulazione così secca e ultimativa, deve essere accaduto alla metà degli anni Ottanta. Lo deduco dal fatto che poco tempo dopo, uno scrittore in particolare, Marco Lodoli, me la rinfacciò in modo piuttosto duro. Essendo lui in quel momento uno scrittore esordiente, o poco più che esordiente, è comprensibile. Non ho risentimento per questa sua accusa. Mi impressiona che mi abbia accompagnato per trent’anni. Perché lo avrebbero rinfacciato proprio a me, laddove tutta una generazione precedente lo aveva non solo detto ma dimostrato o fatto in modo di dimostrarlo? Penso dipenda dal fatto che, nell’aver continuato personalmente a scrivere romanzi, non ci fosse in me nessuna volontà di dimostrazione, né della morte del romanzo né della sua sopravvivenza. Suppongo che il mio pensiero fosse più ambiguo, fosse un pensiero doppio. Da una parte c’è una forza irresistibile che obbliga gli uomini a raccontare storie, dall’altra ci sono tanti modi per farlo. Il romanzo di cui si parlava, e di cui parlavo anche io, era naturalmente il romanzo nella sua forma tradizionale. Si intendeva: «è morto il romanzo tradizionale». Si trattava insomma di una sollecitazione, prima di tutto a me stesso, a cercare una terza via, ovvero vie nuove. Ma non esistono vie nuove, esistono solo vie personali. Intendevo dire: che ognuno si trovi la sua risposta e che questa risposta possibilmente ci sorprenda».

 

per leggere tutta l’intervista: http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/qualit-letteratura-sommersa-quantit-1446387.html

Elena Ferrante al cinema

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Il viaggio di uno straordinario successo che parte dai vicoli di Napoli e arriva in America.

L’opera di Elena Ferrante, i luoghi, i protagonisti dei suoi romanzi attraverso lo sguardo di grandi personaggi e testimoni d’eccezione.

Chi è Elena Ferrante? Solo un nome dietro il quale si celerebbe un altro scrittore?

Che siano Salinger o Pynchon, i Daft Punk, Banksy o Ferrante, come dimostra anche uno dei più divertenti dialoghi di The Young Pope (la serie di Paolo Sorrentino) chi sottrae il proprio volto alla ribalta mediatica attira ancora di più la bramosia dei cultori. Ma è nei suoi libri che la Ferrante va cercata. Dove altro sennò?

«I libri non hanno alcun bisogno degli autori, una volta che sono stati scritti», sostiene, idea esplicitata dalle copertine dei suoi romanzi che raffigurano donne senza volto (senza testa) o di spalle. Libri in cui – in apparente contraddizione – l’autrice sembra voler raccontare molto della propria vita privata. Ferrante Fever si confronta con l’opera di Elena Ferrante, ricercandone l’identità tra le sue righe.

per tutte le info: http://www.ferrantefever.it/

Francesco Giannico in una nuova Soundwall

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SOUNDWALL
Workshop in ecologia del suono
a cura di Francesco Giannico
Sabato 30 settembre dalle 10 alle 20
Max 15 partecipanti
Info e iscrizioni (entro martedì 26 settembre)

L’associazione Prendi Posizione, nell’ambito dell’articolato programma della seconda edizione del CTONFest, festival del paesaggio che si volgerà sabato 30 settembre e domenica 1 ottobre al Castello di Corigliano d’Otranto, in provincia di Lecce, propone Soundwall a cura di Francesco Giannico. Soundwall non è solo un workshop in ecologia del suono ma un processo creativo composito che mira a far conoscere il paesaggio sonoro all’interno delle mura del Castello e del perimetro esterno mediante la realizzazione di un’installazione e di una performance elettroacustica.

CALL PUBBLICA
Soundwall muove i suoi passi attraverso una call pubblica riservata ad un numero massimo
di 15 persone. È possibile iscriversi online sul sitowww.francescogiannico.com
caricando i propri dati formalizzando l’iscrizione per il workshop full immersion che si svolgerà nell’intera giornata di sabato 30 settembre.

GLI STEP

1 – Soundwalk
I partecipanti verranno guidati, muniti di registratore digitale, in un tour attraverso le sale del castello e delle aree circostanti registrando campioni audio al fine di produrre un piccolo archivio sonoro.

2 – Sound Editing
Il materiale raccolto verrà editato affinché possa essere poi riutilizzato per creare una
performance elettroacustica ed una installazione sonora.

3- L’installazione
In un sistema quadrifonico all’interno delle sale, verrà riprodotta una sintesi sonora del
paesaggio documentato cercando di amplificare al massimo l’effetto di spazializzazione del
suono.

4 – La performance
La performance elettroacustica collettiva rappresenta un momento quasi magico, una sorta di catarsi per i partecipanti che vedono finalmente compiersi la parabola vitale dell’oggetto “suono” che non finisce per essere solo misero frammento digitale destinato all’archiviazione ma vero nucleo creativo di propulsione da cui diramare infiniti progetti paralleli.

OBIETTIVI SPECIFICI DEL WORKSHOP

1 – Sviluppo delle capacità analitiche e di classificazione dei suoni dell’ambiente in termini ritmici, melodici, timbrici, di altezza, intensità e dinamici (suoni “fermi” o suoni “in movimento”, suoni in ambienti chiusi);
2 – Stimolare la capacità di associare eventi sonori a segni grafici o colori;
3 – Stimolare la capacità di riprodurre e organizzare i suoni dell’ambiente con strumenti
convenzionali e non.

REQUISITI
Non occorre nessun requisito particolare, a livello di attrezzatura è caldamente consigliato un proprio registratore digitale portatile in modo da velocizzare le varie operazione di registrazione e un computer portatile per le fasi di editing e da usare durante la performance collettiva.

PROGRAMMA DEL WORKSHOP (30 settembre)
Presentazione Gruppo di Lavoro • Introduzione al paesaggio sonoro • Tecniche di registrazione digitale • Soundwalk / Ascolti dedicati. Formati audio, posizionamento, microfono e registratori digitali • Soundscaping e tecniche di rappresentazione sonora • Riduzionismo e sintesi del paesaggio sonoro, macrovisione dell’ascolto/ascolto di insieme: piccoli suoni, piccoli spazi, grandi suoni, grandi spazi. • Editing del materiale raccolto • realizzazione dell’installazione sonora • Performance Live

Lo scrittore e sceneggiatore Giorgio Vasta nominato direttore creativo di Book Pride

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È ufficiale: il prossimo Book Pride (la fiera degli editori indipendenti che si svolge a fine marzo a Milano) avrà come direttore creativo lo scrittore e sceneggiatore Giorgio Vasta.

Giorgio avrà uno specifico ruolo nel definire il programma della fiera, ma sarà anche il coordinatore e primo interlocutore dello staff organizzativo, offrendo quindi anche un prezioso contributo nel ripensare spazi, tempi e funzioni di una fiera editoriale di oggi.

Una collaborazione che l’Odei (Osservatorio Editori Indipendenti) considera una grande occasione per fare sempre di più di Book Pride un appuntamento capace di dialogare con i lettori del nostro tempo.

Tutte le info qui: http://www.ilpost.it/2017/09/21/giorgio-vasta-direttore-book-pride/

 

 

 

 

 

 

 

http://www.bookpride.net/news/giorgio-vasta-direttore-creativo-book-pride/

Piccolo manuale di redazione per non redattori di Caterina Di Paolo

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Capita di imbattersi in idee originali, ben curate e davvero simpatiche.

Questo è il caso di “Piccolo manuale di redazione per non redattori” scritto, ideato e disegnato da Caterina Di Paolo: si tratta di un vero e proprio manuale per riuscire a scrivere bene senza strafalcioni.

Con molta semplicità, numerose vignette e tanta, tanta ironia Caterina riesce a colpire nel segno nel tentativo di correggere i comuni e molteplici errori ortografici (e non) che quotidianamente ci troviamo sotto gli occhi.

Lo segnaliamo perché merita davvero.

Fatene buon uso, mi raccomando (altrimenti Caterina piange) 😀

 

https://drive.google.com/file/d/0B2eyhFgCmARqMFg2SE1ld1NpZW8/view

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